Colgo l'occasione di uno scambio di battute con Paolo (ateo colto e convinto) e Claudio (cristiano colto e convinto, un po' cattolico) sul divertente post di Samuele "La Divina Tragedia: atto quarto (Numeri)" (http://www.blogzero.it/2011/01/16/la-divina-tragedia-atto-quarto-numeri/) per proporre una discussione sulla teologia.
Da tempo mi pongo una domanda alla quale non trovo risposte adeguate.
Sento spesso parlare di "ottimo teologo", "teologo innovatore", "fine teologo", attribuiti a questo o quel personaggio (Ratzinger, Kung, Mancuso ecc).
Mi viene da pensare che, quindi, ci possano essere "teologi mediocri", "teologi tradizionalisti", "teologi grossolani".....
Ma, “come si fa a valutare la capacità professionale di un teologo ?”.
Ho rivolto la domanda a tutti. Speravo mi potesse rispondere qualche credente, ma mi ha risposto solo Paolo (con alcuni spunti che subito non ho compreso, ma che ora mi sembrano molto interessanti).
Io, da “bieco ateo”, sarei portato a ritenere che non vi sia possibilità di valutare le capacità di un teologo in quanto il suo “oggetto di lavoro” – analizzare la relazione dell’uomo con dio ? – manca di uno dei due termini della relazione.
Ma se anche esistessero entrambi i termini, il problema starebbe nell’impossibilità di verificare la rispondenza fra le affermazioni del teologo X con la realtà analizzata, e quindi l’incapacità di distinguere gli elementi fantasiosi da quelli effettivi del suo “teologizzare”.
Di conseguenza, e di primo acchito, se fossi credente tenderei a ritenere bravo un teologo quando esprime in termini dotti quella che è la mia personale visione del soprannaturale, e non bravo il teologo che esprime concetti sulla soprannaturalità che non sento “miei”.
Insomma valuterei la bontò di un teologo esattamente come valuterei la bontà di un gelato.
Facendo un passo più il là potrei ritenere molto valido, o geniale, un teologo che esprime aspetti della mia personale visione de, o rapporto con, il soprannaturale dei quali non mi ero accorto, magari perché subliminali.
I testi biblici presentano scene, idee e concetti “disgustosi”: penso che su questo siamo quasi tutti d’accordo (credenti e non); riflettiamo però sul nostro “disgusto”. Gli stralci di Samuele nei post "La Divina Tragedia" sono più che chiari: noi non possiamo accettarli, contrastano con la nostra estetica, con la nostra etica, con il nostro senso della misura. Ma altri uomini del passato li hanno ritenuti più che accettabili, addirittura “esemplari”.
Del resto anche la Chiesa Cattolica, in modo silenzioso, sta a poco a poco “nascondendo sotto il tappeto” grandi parti dell’Antico Testamento, perché non più gradite all’uditorio: durante la messa vengono letti solo pochi passi stereotipati, evitando con attenzione le parti più crude.
Quindi, tornando alla questione della valutazione dei teologi, mi sovviene una ulteriore possibilità, forse meno meno grossolana delle prime…
Potremmo definire bravo un teologo in grado di formulare una lettura sufficientemente scostata dal mainstream della tradizione religiosa (ma non tanto da essere rigettata come eretica), tale da intercettare, magari anticipandoli di poco, i favori di una classe di credenti evoluti e culturalmente infuenti ?
In questo senso un bravo teologo potrebbe essere un manutentore culturale, un cesellatore di concetti, che, con il suo coraggio ed il suo sforzo intellettuale, cerca di adattare le affermazioni teologiche al cangiante “gusto religioso” della società dei credenti ?
Un po’ come avviene alla coca cola (marchio registrato): da più di 100 anni la formula ed il gusto sono cambiati circa dieci volte, ed il successo del prodotto è confermato.
Oppure come un orologiaio che, rendendosi conto dell’incapacità del vecchio orologio di tenere il passo con l’ora reale, si limita ogni tanto a spostare in avanti le lancette.
che ne dite?
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