Per districarsi in questi mesi pieni di storie strazianti di profughi in fuga verso la ricca Europa la parola perfetta è EMPATIA.

Gran parte della popolazione reagisce a queste storie più con paura e sdegno che con pietà e accoglienza. Cerchiamo di immedesimarci in loro invece che proteggere il nostro orticello.

barcone immigrati profughi

Copio-incollo questo interessante pensiero che Emergency ha pubblicato sulla sua pagina Facebook.

Chiudi gli occhi e immagina.
Chiudili davvero, senza barare.

Ora apri la mano e lascia andare il tuo smartphone, tablet, pc. Non ce l’hai. Non ce l’hai mai avuto.

Immagina di non poter accedere a internet, non solo per 5 minuti perché la connessione è scadente….MAI.

E quindi non sai che accade là fuori. Dove va il mondo, che succede. Non sai come si vive negli altri paesi. Non sai se ci sono guerre, pace, se la gente lavora, se la vita è più facile. Credi di sì, ma non lo puoi sapere.

Eh già, perché devi immaginare di non avere nemmeno la televisione, di non poter leggere i quotidiani, di non aver accesso alla cultura. Non perché non ci sono libri attorno a te, ma perché non sai leggere. E non è stata una tua scelta.

Immagina di esserti svegliato alle 5 del mattino e di essere stato in piedi 2 ore prima che un camion si decidesse a caricarti nel cassone, tu con altre 60 persone. Vai al lavoro. Spacchi le pietre, grandi massi… fino a ridurle grandi come un sassolino.
Chissà che belle strade di cemento costruiranno non sai dove. Le spacchi con un martelletto consunto, una a una, dieci ore al giorno, sotto al sole cocente dei 50 gradi africani. Guadagni “la giornata”, pochi spicci. E torni a casa la sera sperando che quel camion domani ripassi e ti dia lavoro ancora.

Immagina di avere visto tua madre morire. Di un male incurabile che se l’è portata via poco alla volta. Forse, hai pensato, da qualche altra parte l’avrebbero curata. Ma l’unica cosa che sei riuscito a fare è rinunciare a una settimana di pane per te e tutta la tua famiglia per riuscire a pagarle il “native doctor”. Che non è servito a nulla.

Immagina di aver dormito per mesi nella stessa stanza con tua madre che si consumava poco a poco, che urlava nella notte di dolore. E tu non avevi nemmeno i soldi per comprarle degli antidolorifici.

Ora immagina di dover nasconderti per pregare il Dio che tuo padre ti ha insegnato. Immagina di doverti vergognare nel celebrare il Natale o il Ramadan. Immagina di dover dire ai tuoi figli che quelle preghiere che insegni loro a recitare sono un segreto da non rivelare a nessuno.

Immagina di guardare i tuoi figli svegliarsi ogni mattina alle 5, caricarsi pesanti secchi sulla testa e fare chilometri di cammino per andare a prendere l’acqua. Staranno in fila per ore aspettando il loro turno. Perché la gente è tanta. Perché la pompa dell’acqua funziona solo 2 volte alla settimana.

Immagina di dover scegliere solo uno dei tuoi figli per l’iscrizione a scuola. Solo uno. Non perché è una tua scelta. Ma perché non te la puoi permettere l’iscrizione per tutti. Chi scegli? Il più grande? Il maschio? Chi avrà più possibilità di riuscire a fare qualcosa?
Immagina di essere costretto a mandare gli altri a lavorare. A vendere gli accendini per strada. A spaccare le pietre pure loro.
Immagina di essere svegliato nel cuore della notte da un boato fragoroso che fa tremare le mura di latta della tua baracca.

Immagina di sentire spari. Soldati o ribelli che irrompono con un calcio nella tua stanza e nella tua vita. Ti rubano le poche cose che hai, forse ti spareranno addosso o violenteranno tua moglie davanti ai tuoi occhi.

Immagina ora che a tuo figlio più piccolo venga la febbre. La febbre alta. Immagina di non poterlo portare in ospedale. Lo vedi tremare davanti a te e non puoi fare nulla. Te lo carichi sulla schiena e fai un’ora di strada a piedi per arrivare in ospedale. Immagina che lì ti venga detto che il medico non c’è, che l’ospedale di notte non funziona. E allora provi in un’altra clinica, e poi in un’altra. Ma la risposta è sempre la stessa. Niente medico, niente medicine.

Immagina di tornare a casa e di dover tenere la mano di tua moglie che grida nella notte la sua disperazione per un figlio guardato morire di una semplice malaria.

Ora apri gli occhi. Riappropriati della tua vita. Del tuo smartphone.
Non temere, tutto questo a te non accadrà mai. Ma non per questo significa che non sia vero. Che non stia accadendo proprio in questo momento in un dove imprecisato a un qualcuno sconosciuto.

Perciò ti prego… immagina ogni tanto… fermati a riflettere prima di dire la tua opinione o di scrivere il tuo prossimo commento sui social network riguardo agli immigrati che sbarcano sulle coste italiane.

Poi potrai dire e fare ciò che vuoi, ma prima chiudi gli occhi e immagina anche solo una di queste cose.

Bisognerebbe sempre riflettere sulle parole. Sono un’arma molto potente. La più grande. Si può fare la guerra anche solo con le parole.

Immagina. Pensa di essere uno di loro. Forse scapperesti anche tu.

— Sara, infermiera di EMERGENCY. E tutti noi.

p.s. con questo ovviamente non voglio dire che accettare indiscriminatamente tutti i profughi sia la cosa giusta da fare. Ovviamente bisogna muoversi per risolvere la situazione, limitando e regolando i flussi migratori. Ma questi ragionamenti si fanno DOPO l’emergenza. Adesso bisogna salvare e aiutare tutti, e se costerà qualche soldo… per una volta li avremo usati bene invece che buttarli in qualche grande opera che non serve a nulla.