Per la scienza è ormai una certezza: l’evoluzione umana non ha un senso ed è nata dal caso, essendo totalmente legata agli avvenimenti fisici prima, a quelli genetici, geologici e climatici poi.
Questa affermazione non sarà romantica e rassicurante, ma è la realtà davanti alla quale ci troviamo, una realtà suffragata da migliaia di prove ed evidenze.
Siamo quindi di fronte ad un bivio:
Possiamo continuare a credere che esista un’entità superiore che ci ha creato e ci guida, dando un senso alla nostra vita…
Oppure possiamo crescere, affrontare con coraggio la realtà e farcene una ragione: se siamo qui è perchè una serie incredibile di contingenze ha creato le circostanze per cui degli esseri bipedi con un cervello particolarmente avanzato sono evoluti e hanno “conquistato” un piccolo pianeta verde-blu che gira intorno ad una piccola stella gialla, nella periferia di una piccola galassia (e se vanno avanti così, lo distruggeranno presto).
Viviamo per un breve periodo, terminato il quale non ci troveremo davanti alla giustizia divina che regolerà i conti con le storture della vita terrena. Svegliamoci quindi, e cerchiamo di fare tutto il possibile per vivere al meglio i pochi anni a nostra disposizione, senza pensare ad un inesistente “dopo” ma godendo del “rinfrancante e concreto senso di appartenenza alle dinamiche fisiche ed ecologiche di un pianeta attivo“, da cui siamo nati e a cui torneremo dopo la nostra parentesi vivente.
Se vediamo un’ingiustizia, cerchiamo di risolverla qui e ora.
Se abbiamo degli obiettivi da raggiungere, pensiamo alla nostra breve parentesi di vita e cerchiamo di ottenerli ORA, non DOMANI, e senza timore (non dobbiamo avere rimpianti, abbiamo solo una vita, ricordiamocelo!)
A questo proposito vi segnalo il bellissimo articolo di Telmo Pievani ospitato su Micromega di questo mese (link).
È un po’ lungo ma merita 15 minuti di attenzione.
Siamo il frutto del caso.
di Telmo Pievani, da MicroMega 1/2012, Almanacco della Scienza
Gli articoli che seguono (su MicroMega), scritti da alcuni fra i maggiori esperti a livello internazionale, descrivono nuove scoperte scientifiche il cui significato culturale e filosofico non può essere sottovalutato. Si tratta infatti del compimento di una revisione radicale dell’immagine dell’evoluzione umana. Caduto definitivamente il paradigma unilineare che interpretava la nostra storia naturale come una carrellata di stadi di progresso, l’intricato diagramma delle specie ominine che a ritroso collega l’ultimo ramoscello sopravvissuto oggi, cioè Homo sapiens, con l’antenato comune fra noi umani e gli scimpanzé – vissuto in Africa intorno a 6 milioni di anni fa – è composto al momento da almeno venti specie differenti, ciascuna con una propria unicità tassonomica e con un peculiare mosaico di caratteristiche adattative. Non una marcia di avvicinamento all’umanità moderna, dunque, ma un’esuberante esplorazione di possibilità.
Da quando i primi ominini sperimentano soluzioni alternative per sopravvivere in spazi sempre più aperti, a quando intorno a due milioni di anni fa troviamo in Africa una pletora di specie appartenenti addirittura a tre generi diversi (le australopitecine gracili più recenti come Australopithecus sediba, le prime forme del genere Homo e i parantropi robusti), fino a quando in tempi recentissimi, ancora 50 mila anni fa, in Africa ed Eurasia convivono ben cinque forme umane contemporaneamente, la coabitazione di specie diverse è stata la norma. Non siamo mai stati soli, tranne che nelle ultime, poche migliaia di anni.
Ma ora c’è dell’altro. Ciò che accomuna molti degli articoli è la consapevolezza, emersa prepotentemente negli ultimi mesi e anni nella comunità scientifica, del ruolo chiave che hanno giocato le variazioni climatiche e i fattori ecologici su larga scala nel condizionare e letteralmente nel plasmare l’evoluzione umana. L’attenzione era stata rivolta principalmente alle mutazioni genetiche considerate cruciali e ai grandi adattamenti funzionali che ci hanno reso umani (bipedismo, tecnologie litiche, crescita del cervello), e troppo poco sui parametri ambientali contingenti che hanno reso così variegato e imprevedibile l’andamento dell’albero cespuglioso degli ominini. Oggi ci accorgiamo che il potere delle circostanze è stato dominante nella nostra storia naturale e che quindi i fattori primari che ci hanno condotti fin qui furono talvolta indipendenti dalla maggiore efficienza o dalla presunta «superiorità» intrinseca dei «vincitori».



